Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari

Il 5 marzo 1922 nasce a Bologna Pier Paolo Pasolini poeta, giornalista, regista, sceneggiatore, attore, paroliere e scrittore italiano. Muore il 2 novembre 1975 quarant’anni fa.

Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca. Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato. Resta da vedere se, come tutti coloro che si scandalizzano (la banalità del loro linguaggio lo dimostra), ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano il mio scandalo.”

 

Scritti Corsari è l’ultimo libro pubblicato da Pasolini (in libreria subito dopo la sua morte, Pasolini ne aveva già revisionato le bozze presso l’editore Garzanti). E’ molto più che una raccolta di articoli, interviste, recensioni. E’ un libro che il lettore deve ricostruire.

 

È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere i passi lontani che però si integrano. Nati dall’occasione, questi scritti hanno una singolare unità. Nei fili che ne compongono il tessuto è sempre ben visibile “l’arte scontrosa o mestiere” dell’autore.

Tra il gennaio del 1973 ed il febbrio del 1975 Pier Paolo Pasolini interviene sul Corriere della Sera con una serie di articoli. Inizialmente sono collocati in una “tribuna di dibattito” nella seconda pagine del giornale. Mano mano i temi toccati da Pasolini diventano scottanti e polemici Piero Ottone, direttore del Corriere della Sera, decide di collocarli in prima pagina. Nasce così il Pasolini Corsaro.

Pasolini morto

Pasolini morto

Questi scritti verranno, insieme ad altri apparsi in varie riviste, radunati da Pasolini stesso e pubblicati nel 1975 con il titolo Scritti Corsari.

Cosa vuol dire Corsaro?

Vuole dire andare contro corrente, essere, rispetto alle navi Ammiraglie, alle navi dei Mercanti, qualcuno che va all’assalto, a mani nude, e va a toccare questioni molto scottanti. I temi trattati riguardano soprattuto la sessualità, l’omologazione, la morte su cui scatena una grossa polemica. Altro tema
trattato è la differenza che si è annullata tra destra e sinistra. Pasolini sostiene la tesi dell’omologazione della Società italiana avvenuta attraverso i consumi. Tratta anche quella che, per lui, è la fine del Mondo Cattolico. La Chiesa non è criticata da Pasolini ma descritta come uno dei fattori che hanno perso presa sugli italiani, ha ceduto di fronte al Potere che per lui è quello Democristiano.

Il più celebre “scritto corsaro” è quello dedicato alle “lucciole”. Pasolini descrive in modo inventivo e poetico la scomparsa delle lucciole, fa di questo tema una bella metafora per raccontare antropologicamente il cambiamento sociale dell’Italia. Il tema dell’azzeramento della differenza tra destra e sinistra creerà grande scandalo. Pasolini, per interpretarlo, parte dai costumi dei giovani. Scrive un testo appositamente contro i “capelloni” molto polemico.

7 Gennaio 1973 Il “discorso dei capelli”
La prima volta che ho visto i capelloni, è stato a Praga. Nella hall dell’albergo dove alloggiavo sono entrati due giovani stranieri, con i capelli lunghi fino alle spalle. Sono passati attraverso la hall, hanno raggiunto un angolo un po’ appartato e si sono seduti a un tavolo. Sono rimasti lì seduti per una
mezzoretta, osservati dai clienti, tra cui io; poi se ne sono andati. Sia passando attraverso la gente ammassata nella hall, sia stando seduti nel loro angolo appartato, i due non hanno detto parola (forse – benché non lo ricordi – si sono bisbigliati qualcosa tra loro: ma, suppongo, qualcosa di strettamente
pratico, inespressivo). Essi, infatti, in quella particolare situazione – che era del tutto pubblica, o sociale, e, starei per dire, ufficiale – non avevano affatto bisogno di parlare. Il loro silenzio era rigorosamente funzionale. E lo era semplicemente, perché la parola era superflua. I due, infatti, usavano per
comunicare con gli astanti, con gli osservatori – coi loro fratelli di quel momento – un altro linguaggio che quello formato da parole. Ciò che sostituiva il tradizionale linguaggio verbale, rendendolo superfluo – e trovando del resto immediata collocazione nell’ampio dominio dei «segni», nell’ambito ciò della semiologia – era il linguaggio dei loro capelli.

Cosa vuole dire Pasolini? Dice che il costume, in questo caso i capelli, dei giovani di destra e dei giovani di sinistra è identico, il linguaggio è uno, unico a va oltre il verbale. E’, praticamente, un linguaggio di immagine. Per lui quei capelli lunghi sono l’inizio della omologazione. Dice anche che, per contro ai capelli lunghi dei “capelloni”, ci sono le “belle nuche “dei ragazzi. Le “belle nuche” dei ragazzi umili e dignitosi che si contrapppongono a quella femminizzazione dei giovani di ogni corrente politica. La lettura dei corpi negli Scritti Corsari è giudicata di “tipo omosessuale”. La trasformazione che è avvenuta in Italia ha portato alla scomparsa dei “ragazzi”, dei “bei ragazzi” che Pasolini ama. Lo spiega molto bene nella seconda parte degli Scritti in due recensioni di libri dedicato al tema dell’Omosessualità. Pasolini è contrario alla coppia gay, è contrario ad una coppia composta di due coetanei dello stesso sesso.

Lui propone la lettura dell’omosessualità attraverso l’amore per i ragazzi, i giovani, quelli che, per lui, sono “i ragazzi di vita“ i personaggi dei suoi film, dei suoi libri, ma anche della sua poesia. Il ragazzo scomparso è definito
così:

le belle nuche, le belle facce limpide sotto fieri ciuffi innocenti. ragazzi antichi, bellissimi e pieni di antica dignità umana.

lo associa anche alla fine del paesaggio italiano definito Costume. Nella seconda parte del libro la recensione di Sandro Penna recita così:

che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo

e subito dopo:

 

la vita era come la si era conosciuta da bambini e per venti, trent’anni non è più cambiata. Non dico i suoi valori che sono una parola troppo “alta” ed “ideologica” per quello che voglio semplicemente dire, ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità

Le città, dice Pasolini, finivano con grandi viali circondati da case, villette, palazzine popolari, dai “cari” colori
nella “campagna folta”. E’ un’Italia che Pasolini non riconosce più. E’ un’Italia che rifiuta, è un’Italia che
racconterà in modo terribile e tragico nel film Salò, l’ultimo film uscito dopo la sua morte. Un film che parla a fondo della omologazione, del nuovo fascismo. Così lui lo chiama, gli ricorda il fascismo di Salò ma vissuto nel presente ovvero a metà del decennio 1970. Il vero scandalo di questi scritti è nella loro severità. Sono duri, aspri, “scandalosi”.

Gli argomenti Pasolini li affronta senza indulgenza, senza approssimazioni. Il lettore degno della “scandalosa ricerca” trova qui degli scritti di “attualità” certo non effimeri, in cui si cerca di decifrare la fisionomia degli anni a venire.

La tragica morte dello scrittore e le reazioni che ne sono seguite rivelano la terribile qualità profetica, il sicuro presagio, nascosti in questo libro.

Di seguito alcuni stralci del libro.

Analisi linguistica di uno slogan

Lo slogan deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita. Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei jeans “Jesus”: “Non avrai altri jeans all’infuori di me”, si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità, subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte, faceva troppo ragionevolmente prevedere. 

Acculturazione e acculturazione (già sul “Corriere della Sera” con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione”)

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e  onumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e
incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne
all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni………….Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

 

Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo 

Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o, per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il
sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.

 

Il romazo delle Stragi

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori
di golpe, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti…

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