Ignazio Fresu: “L’essere è, non può non essere”

“Vedo un mondo non come vorrei che fosse, un mondo pieno di contraddizioni, di ipocrisia, di ingiustizia e violenza, ma è anche un mondo meraviglioso ed esserci è un dono  straordinario che non andrebbe sprecato. Ogni attimo andrebbe vissuto nella più completa consapevolezza, ogni istante di vita condiviso pienamente con se stessi e con gli altri. L’arte aiuta a trovare questa dimensione, permette all’uomo di dare un senso all’esistenza e di farlo volare alto sopra le miserie quotidiane”.

E’ Ignazio Fresu che parla, risponde così alla mia ultima domanda e cioè a questa: L’uomo Ignazio Fresu si guarda intorno e vede……?  L’uomo Ignazio Fresu si guarda dentro e vede…..?

fresua

Ho conosciuto Ignazio Fresu da poco. Per una fortunata casualità, mi sono imbattuta nelle sue opere e ne sono rimasta affascinata. Con lui non è difficile stabilire un dialogo. Si racconta volentieri, ma soprattutto parla del suo lavoro.

Uno scambio con Ignazio Fresu è un’esperienza particolare. In un attimo ti porta con sé in una dimensione “alta” e “altra”.

Ignazio Fresu è nato a Cagliari e vive e lavora a Prato. Ha frequentato il Liceo Artistico di Cagliari e l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

La sua attività espositiva è molto intensa e si svolge in Italia e in varie nazioni estere. Il tema della transitorietà di ogni cosa, si riflette nell’attività dello scultore, impregnata di grecismo e di filosofia.

La sua poetica si prefigge di dare un volto alla bellezza dell’effimero e di ritrarre l’eterno inganno perpetrato dal tempo.

A tal fine le sue opere giocano di continuo sulla percezione della reale consistenza delle strutture esposte. Rendendo così il senso della caducità delle cose, lo scultore fa uso per le sue creazioni di materiali riciclati, rifiuti di lavorazioni industriali, e scarti di un economia di consumo che velocizza sempre di più il processo di separazione tra ciò che consideriamo in nostro possesso e ciò che sempre più presto cade nell’oblio del disuso.

Lasciamo a lui la parola.

di Attilio  Maltinti Domanda: io vedo nel tuo lavoro artistico l’applicazione pratica di quanto scritto nelle Città Invisibili di Italo Calvino. In particolare questo passaggio : Kublai Kan dice a Marco Polo: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. » Sbaglio?

I.F. Una mia installazione ha per titolo “La follia dell’angelodove l’angelo secondo la nostra tradizione culturale è quello che Dio pose a custodia dell’Eden, condannando l’umanità alla perenne infelicità.

È in questa follia, l’essenza della nostra civiltà che implica la sfiducia nell’uomo e nella sua ragione.

Un’infelicità generata dall’interpretare il divenire come nichilismo. Una condizione che pesa sulla nostra esistenza e sulla nostra coscienza come un macigno, influenza il nostro agire e il nostro pensiero.

Domanda: certo, quindi non credi che, come nelle tue opere trasformi e fai risorgere qualcosa dato per morto, l’uomo potrebbe scendere nella propria parte folle (filosofia greca) attingere al proprio passato, pescare qualcosa che già esiste in sè per rinnovarsi, ricostruirsi, evolvere, trovare bellezza e felicità? Non pensi che, allargando il discorso, le soluzioni vadano cercate nella storia, nel passato. La storia è un riproporsi continuo in forme diverse, nulla va archiviato. Ti pare?

I.F. È mia convinzione che noi siamo la nostra memoria. La memoria, dalla più intima e personale, fino a quella ancestrale, è un’eredità culturale e inconsapevole che fa di noi quello che siamo. Per cui in tutto il mio lavoro artistico la memoria è sempre centrale. La rappresentazione visiva mi impone di dare materia e forma a questo pensiero attraverso quel divenire che nella nostra cultura Occidentale è sinonimo di annientamento nella convinzione che il divenire sia un uscire dal nulla e un ritornarvi, ma in questo divenire io vedo una bellezza eterna. Credo dunque che nulla “risorga” semplicemente perché nulla scompare, perché nulla muore definitivamente. E con Fernando Pessoa  affermo che

“La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto”

Domanda: nelle tue opere mi sembra che il filo conduttore sia legato alla legge sulla conservazione della massa “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”(Antoine-Laurent de Lavoisier) Attraverso la materia tu generi nuova bellezza. In una massima sintesi potremmo intitolare il tuo lavoro “divenire” . Giusto?  

Il pane
Il pane

I.F. Non esattamente… Considero la bellezza del divenire, qualcosa che permane come sostrato del divenire stesso, non solo come manifestazione di ciò che è mutato o nell’atto stesso del mutare, ma l’essenza perenne di ciò che nonostante ogni trasformazione continua ad essere. Citando il tema di una mia installazione è “Quel che resta” al di là di ogni evento. A prima vista, tutto ciò, potrebbe apparire un paradosso in quanto noi tutti siamo ingannati  dall’evidenza di un divenire nichilistico dove ogni cosa si mostra soggetta al tempo ed alla finitudine, ma il vero paradosso consiste nel negare che se “L’essere è, non può non essere”  come affermato da Parmenide. Nel mio agire artistico, oltre a quello che identifico dinamico e in continuo cambiamento, diventa forma anche ciò che alla percezione sensoriale appare statico attraverso la Bellezza espressa dal Divenire quale sostanza stessa dell’Essere. In questa particolare bellezza è possibile riconoscere quella chiave di decodifica, somma di opposti che convivono nelle cose e continuano ad esistere anche una volta che non sono più percepibili.

Chiave che solo attraverso l’arte è possibile veicolare in quanto esperienza capace di giungere direttamente al cuore comunicando con noi in un linguaggio differente da quello della ragione, della logica e della scienza.    

Chiaia di Luna – Ignazio Fresu- 2014
Chiaia di Luna – Ignazio Fresu- 2014

 

Precedente Hernandez docet: risorgere, siamo nati per essere vivi Successivo Televisione: dall’ aggregazione al potere

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.