Festa della Liberazione, Festa della Speranza

Oggi è la Festa della Liberazione.

Come facciamo anche solo a pronunciare la parola “Festa” mentre milioni di persone si stanno tragicamente muovendo dal sud del mondo per venire a morire nel Mediterraneo?

Pochi giorni fa un ennesimo naufragio epocale ed io mi sono sentita in colpa. Di cosa?

Di avere una vita, una vita non facile, ma me ne sono vergognata di fronte al loro anelito di vita spezzato in un cammino verso la speranza.

 

Speranza che bella parola! Ce ne dimentichiamo noi che abbiamo una casa, cibo e viviamo dove nessuno dall’alto, nascosto su di un tetto o  nella cabina di un aereo, prende la mira e spara verso di noi.

Pensate come le parole stiano cambiando valore? Speranza, guerra, effetti collaterali

Obama ha detto solo due giorni fa per uno “sbaglio”, un “effetto collaterale”, “un’azione di guerra” imprecisa, insieme ad uomini di Al Queda sono morti due ostaggi innocenti.

Così due persone diventano parole e possono essere cancellate con la gomma o, in modo più moderno, spingendo “canc”.

Di questo 25 aprile dimentichiamo la parola “Festa” teniamo solo “liberazione” non come ricordo del passato, ma come “speranza” per tutti coloro che a piedi attraversano il mondo in un’odissea infernale verso l’Europa.

Attraversano deserti, raggiungono le rive della Libia, poi sulle “carrette del mare” verso l’isola di Lampedusa.

La loro vita è fatta d’erranza, di sradicamento, di disperazione, di sfruttamento, di stranezza, di minacce e di morte. Le abbiamo rimosse, noi, le realtà profonde delle migrazioni:

“Faremo i servi, i figli che non fate, nostre vite saranno i vostri libri d’avventura.”

Forse solo i poeti conoscono un linguaggio capace di spiegare l’indicibile orrore: corpi trafitti, zuppi, sfiniti, morte salata dal mare, sete che spinge a leccare l’ultima goccia di ruggine sulla carretta di legno, sguardi inanimati in un groviglio a guardare il cielo.

Nei canali di Otranto e Sicilia
migratori senza ali, contadini di
Africa e di Oriente
affogano nel cavo delle onde.

Un viaggio su dieci si impiglia sul fondo,
il pacco dei semi si sparge nel solco
scavato dall’ancora e non dall’aratro.

La terra ferma Italia è terra chiusa.
Li lasciano annegare per negare.

Erri De Luca, Naufragi

 

e ancora

“Poteri hanno visto nelle isole dei luoghi di reclusione, hanno piantato prigioni su ogni scoglio: il mare nostro brulica di sbarre. Gli uccelli invece vedono nell’isola un punto di appoggio, dove fermare e riposare il volo, prima di proseguire oltre. Tra l’immagine di un’isola come recinto chiuso, quella dei poteri, e l’immagine degli uccelli, di un’isola come spalla su cui poggiare il volo, hanno ragione gli uccelli.”. Erri De Luca

Il 1900 è stato il secolo in cui milioni di essere umani si sono spostati da un continente all’altro.

E così hanno spostato il peso del mondo.

Nel 1900 siamo stati noi, italiani, trenta milioni di noi si sono spostati sulle navi per raggiungere l’altra parte dell’Oceano. Questo è stato il nostro 1900. Si sono spopolati i paesi, svuotate le terre da coltivare, lasciate madri, mogli e figli ad aspettare.

Ora è il loro turno, partono su zatteroni improbabili, e si portano dietro tutto quello che hanno potuto salvare dalla povertà della loro vita, lasciano una casa in fiamme, una miseria infame.

Eccoli, con i loro occhi di terrore e speranza, quegli occhi sbarcheranno da noi.

“Oh barca, amore mio, portami fuori dalla miseria. Partire lontano: nel mio paese mi sento umiliato, sono stanco e mi sono stufato».

Il ritmo è rap, la melodia araba. Il brano è firmato dagli algerini Reda Taliani e 113.

 

Racconta, come meglio non si potrebbe, quello che spinge i giovani tunisini sui barconi, un testo firmato da giovani: lasciateci andare, cantano, perché il mondo non è solo vostro.

Il Testo:

O barca, amore mio
portami fuori dalla miseria
nel mio paese mi sento umiliato
sono stanco e mi sono stufato
stavolta non perderò l’occasione
nella mia testa è da un sacco di tempo
l’emigrazione mi ha fatto dimenticare chi sono
ci lavoro su giorno e notte
o barca, amore mio
portami fuori dalla miseria
evasione speciale dall’Algeria all’occidentale


Io sono della Cabili-fornia
fumavamo 350 benji
sul bordo della Corniche
arrestatemi non importa
non ha niente da perdere il malato mentale
più conosciuto del Haj Memba
vorrei mettere il hénné alla mia amata
prima di tagliare
come cheb Hasni sono un sentimentale
a Boston o non so dove
lasciatemi
come Robinson su un’isola
la mia pecora la chiamerò mercoledì
e quando l’aereo atterra applaudirò
come gli chibanies vi restituisco la carta di residenza
un momento d’evasione dai asino alzati e balla

Réda Taliani
mi fa piacere

Rim-k
Resto un paesano, pieno di risorse
e ti annuncio portami lontano dalla miseria
mio più fedele compagno sulla strada per l’eldorado
così pieno cos’è dentro lo zaino
partire lontano senza i cugini
il piano è duro
mi considero fortunato di essere in vita
a condizione che duri
sono cresciuto solo con dei ladri
dall’alto sempre i gridi di gioia che risuonano
nella mia testa alla ricerca della felicità


Reda Taliani

O paese mio, in te c’è la ricchezza
ma la prende solo chi ha fortuna, vive bene
chi ha le spalle e per loro aggiungi acqua al mare
(ovvero fai stare ancora meglio chi è già raccomandato)

O barca, amore mio
portami fuori dalla miseria
nel mio paese mi sento umiliato
sono stanco e mi sono stufato
stavolta non perderò l’occasione
vai vai è arrivato il momento
l’emigrazione mi ha fatto dimenticare chi sono
ci lavoro su giorno e notte

O barca, amore mio
portami fuori dalla miseria
nel mio paese mi sento umiliato
sono stanco e mi sono stufato
Mi sacrificherò e farò una casa
oppure non ritornerò indietro

eh ya ya ya ya yahhhhhhh

 

E noi? Cosa facciamo noi della loro speranza?

Noi li rinchiudiamo in Centri di Permanenza Temporanea. Lì chiamiamo così, per sentirci meno in colpa, quei posti che sono dei campi di concentramento con sbarre, filo spinato, guardiani.

Dice, in merito Erri De Luca:

…. “permanenza”: un bel nome alberghiero, per non dire a noi stessi che facciamo i carcerieri di viaggiatori, colpevoli di viaggio.

Quegli occhi sbarcheranno da noi, e allora? E allora quegli occhi dovranno aprirsi e si accorgeranno di quanto siano dispari le carte in tavola.

Quegli occhi che sono partiti in missione, unica speranza per sè stessi e la loro famiglia, spinti da quel loro punto di vista. Loro dal barcone vedono davantiLampedusa migranti la fortuna, si lasciano dietro la malasorte e la miseria del loro mondo.

“Che dà allo straniero pane e vestito”: questo dice di sé la divinità nella scrittura sacra. “Che dà allo straniero pane e vestito”. Che alla creatura umana dice: “E amerai lo straniero perché stranieri foste in terra d’Egitto”.

Circa cento volte la Bibbia descrive la tutela dello straniero, contatele sono circa cento volte. La Bibbia insiste sul verbo “amare”. L’amore: il più forte sentimento e la più potente energia del corpo umano.

Amare fa bene prima di tutto a colui che ama, prima ancora di far del bene all’altro, allo straniero.

Amare, non tollerare.

Lastrichiamo di corpi il vostro mare per camminarci sopra. Non potete contarci; se contati, aumentiamo, figli dell’orizzonte che ci rovescia a sacco. Nessuna polizia può farci prepotenza più di quanto già siamo stati offesi. Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino – l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso. Da qualunque distanza, arriveremo. A milioni di passi. Noi siamo i piedi, e vi reggiamo il peso. Spaliamo neve, pettiniamo prati, battiamo tappeti, raccogliamo il pomodoro e l’insulto. Noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo. Noi siamo il rosso e il nero della terra, un oltremare di sandali sfondati, il polline e la polvere nel vento di stasera. Uno di noi, a nome di tutti, ha detto: «Non vi sbarazzerete di me. Va bene, muoio; ma in tre giorni resuscito e ritorno». (Erri De Luca)

Buona festa della Liberazione a tutti, se ce la fate ad essere sereni!

 

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