Carlo Emilio Gadda, l’ingegnere scrittore

Il 14 novembre 1893 a Milano nasce Carlo Emilio Gadda che a lungo ha occupato un proprio specifico posto nella storia della letteratura italiana soprattutto in virtù dello stile delle sue opere.

Plurilinguismo, pluristilismo, mescolanza di gerghi e registri, pastiche sono le categorie maggiormente applicate a questo autore, che per i critici sarebbe stato uno degli ultimi anelli della catena della celebre “funzione lombarda”.

La grandezza di Gadda è stata vista soprattutto come quella di un abilissimo e raffinatissimo

funambolo della parola.

Egli, nella sua opera, esprime una visione conflittuale della realtà. Da un lato scava nelle proprie personali nevrosi, dall’altro non rinuncia a un’approfondita una attenta analisi della realtà sociale. In tal modo riesce a essere uno scrittore sia tragico che comico, ingegnere e letterato.

Gadda, di famiglia borghese, viene sottoposto, secondo usi e pregiudizi del tempo, ad un’educazione rigida, che deve, nell’intezione dei suoi, temprarlo,

ma che si traduce in forma di frustrazione, di terrori e nevrosi per lui, bambino ipersensibile.

Da adolescente vive percependo la crescita vorticosa, convulsa della sua città, Milano, in quegli anni in preda di un rapido processo di industrializzazione e modernizzazione. Diplomatosi al liceo classico Parini, per compiacere la madre, si iscrive alla facoltà di Ingegneria.

(Una intervista a Carlo Emilio Gadda, programma curato da Luca Verdone su RAI 1)

Nel 1915 interrompe gli studi perché viene richiamato alle armi. Dopo la guerra, nel 1919, si iscrive a Filosofia, che poi però abbandonerà per laurearsi in Ingegneria industriale nel 1920.

Ingegnere e letterario: da questi due apparenti opposti si sviluppa la nevrosi gaddiana, presente nella vita, ma anche nelle opere: fondamento di un “lirismo” non trascurabile.

Come ingenere lavora in Sardegna, in Argentina, e poi in numerose altre località italiane e straniere, dirigendo, per conto di una società romana, la costruzione di impianti chimici. Sarà in seguito direttore dei Servizi tecnici del Vaticano, incarico da cui si dimetterà nel 1934.

Parallelamente si dedica alla scrittura letteraria, che diventerà sempre più la sua principale e poi unica attività.

La seconda parte della sua vita è caratterizzata dalla lotta che per potersi dedicare alla letteratura e dal lento, tormentoso, cammino verso il successo che arriverà più tardi, soltanto nel secondo dopo guerra:

segno, dell’originalità di un’opera in anticipo sui tempi.

Ma in che modo la sua formazione e la sua attività di ingegnere hanno influenzato il lavoro letterario di Gadda? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo provare a collocare lo scrittore nel contesto del suo tempo, e in particolare in quello dei primi decenni della sua attività artistica, che coincidono con il ventennio mussoliniano. Spinto dal suo fervido nazionalismo e dalla volontà risoluta di ordine, che convive in lui con un’opposta spinta anarchica, aderisce al fascismo, distaccandosene poi a poco a poco, fino alla contestazione violenta e tardiva del secondo dopoguerra.

ROSAI Ottone,RITRATTO DI CARLO EMILIO GADDA ALLE GIUBBE ROSSE,Galleria Pananti,Firenze
ROSAI Ottone,RITRATTO DI CARLO EMILIO GADDA ALLE GIUBBE ROSSE,Galleria Pananti,Firenze

Scrive di Gadda Roberto Carnero ( ordinario di Lettere italiane e latine al Liceo “Enrico Fermi” di Arona, Novara)

L’ordine apparente del fascismo contrasta con il suo sostanziale disordine. Ed è per questo che Gadda non ama affatto quel periodo. Perché egli è, nell’intima sua essenza, soprattutto un uomo d’ordine. Paradossalmente anche sul piano stilistico. La sua frustrazione nasce dal fatto che intorno a sé vede una realtà estremamente disordinata. Da qui la rabbia di chi è costretto a rappresentare il caos, pur volendo, di suo, offrire una raffigurazione ben più precisa. E se il mondo è “barocco”, la scrittura dovrà adeguarsi ai barocchismi di ciò che va a raccontare. In realtà, una volta Gadda ebbe modo di definirsi “minimo Zoluzzo di Lombardia”, alludendo allo scrittore francese Émile Zola, spiegando però subito dopo: “È irridente allusione dell’autore a se medesimo, non certo all’ingegno, all’arte, allo spirito veridico, al valore documentario, alla immane fatica di Emilio Zola”. Del quale, tuttavia, Gadda, in qualche modo, avrebbe voluto proseguire il lavoro di rappresentazione scientifica del reale.

I difficili rapporti dell’Ingegnere lombardo con il Neorealismo
Insomma, la formazione tecnica di Gadda trapela dalla sua concezione dello scrittore, il cui scopo è cogliere i rapporti che uniscono le cose: la realtà, infatti, non è che una confusa e ininterrotta concatenazione di eventi; e così la letteratura stessa, che si rivela incompiuta. Gadda presenta una concezione relativistica ed empirica della realtà; ingegneristica è la sua volontà di coordinare i caotici referti di una realtà magmatica; ingegneristica è anche la sua concezione combinatoria del linguaggio (e infatti, per Gadda, si parla di pastiche, mosaico ecc.).

Può essere anche interessante notare come dinanzi alle storture della realtà, il tecnico-materialista Gadda rifiuti la figura umanistica dell’intellettuale sacerdote, vate, profeta e virtuoso artista dei buoni sentimenti. Va detto però chiaramente che Gadda non ebbe mai a mitizzare i fatti in quanto tali, anche quando l’attenzione alla fattualità, alla concretezza degli eventi, colti nella dimensione storica e sociali, andava per la maggiore, come negli anni del Neorealismo. 

Nel rispondere a un’inchiesta di Carlo Bo su questa corrente letteraria, Gadda non manca di sottolineare come non ami troppo quei suoi colleghi che basano la propria poetica sull’idolatria degli eventi: “Cose, oggetti, eventi, non mi valgono per sé, chiusi nell’involucro di una loro pelle individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini (Spinoza direbbe modi): mi valgono in una aspettazione, in un’attesa di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li ha preceduti e determinati. Nella ‘poetica del neorealismo’, quale mi si è rivelata da alcuni esempi, direi che ogni fatto, ogni quadro è (cioè riesce ad essere) nudo nocciolo, è (cioè riesce ad essere) grano di un rosario dove tutti i grani sono giustapposti ed eguali di fronte all’urgenza espressiva”. E aggiunge poco oltre: “Vorrei, dunque, che la poetica dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi da me considerati sembra alquanto difettarle”. Insomma, ingegnere sì, ma fino a un certo punto.

Liberatosi della villa in Brianza, causa di notevoli difficoltà economiche, si stabilisce tra il ’40 e il ’50 a Firenze, partecipando sempre più alla vita letteraria, poi, dal ’50 al ’53 a Roma, dove collabora al terzo programma della RAI con interventi di notevole interesse. Sono gli anni del successo che lo induce a pubblicare, rielaborati, i testi prima affidati a riviste in forma parziale.

La loro pubblicazione continuerà anche dopo la sua morte, sanzionando il riconoscimento unanime della critica che vede nella sua opera una delle più alte espressioni della letteratura del ‘900.

 

 

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